lunedì 20 novembre 2017

Non pensate all'elefante. (Anche perché l'elefante non c'è)

In questi giorni sui media vi è una confusa discussione sul che fare (a sinistra) per le prossime elezioni.
Si parla di elezioni, quindi le questioni "tecniche" pur non essendo le uniche rilevanti, sono comunque rilevanti.
Intanto è importante rilevare che una lista che si presenti da sola ha bisogno del 3% dei voti per conquistare seggi nella quota proporzionale (che rappresenta circa i 3/5 del totale dei seggi).
Nella restante quota, quella maggioritaria, in ognuno dei collegi uninominali vince la lista o la coalizione che prende anche solo un voto di più delle altre: in una corsa a tre, con qualche "incomodo", questo può volere dire che in una circoscrizione si passa anche con il 30% dei voti o poco più.
Le altre tecnicalità (ritagliate sulle convenienze di entrambe le due coalizioni possibili in modo persino più astuto e prevaricante della legge elettorale vigente, il che fa sì che l'attuale legge si possa ribattezzare Porcellum Plus) le trovate qui

Secondo ogni ragionevole previsione le due coalizioni e una lista dovrebbero prendere circa il 90% dei voti totali, più o meno ciascuna con una percentuale di voto analoga.
Questi due fatti fanno sì che eventuali vantaggi di qualche punto percentuale dell'uno sugli altri si traducano in spostamenti modesti, anche se non indifferenti, di seggi (diciamo un ventina al massimo).
Quindi i tre contendenti avranno alla Camera circa 200 seggi a testa, una trentina circa potendo andare ad altre liste.
Con questa legge il Senato avrà una composizione analoga.
Se ne deduce che nessuno dei tre contendenti avrà la possibilità - neppure remotissima - di ottenere una maggioranza e che ci sarà una forte instabilità, la cui unica possibile risoluzione sarà che una coalizione riesca ad allearsi con un pezzo dell'altra coalizione (ipotesi numericamente improbabile, ma non impossibile con un'opportuna campagna acquisti).
Poiché una coalizione (diciamo la A) avrà la gran parte dei seggi attribuiti a un unico partito, mentre l'altra (la B) li spartirà tra più di due (diciamo in proporzioni 4, 4, 2) diciamo che questa eventualità che partirebbe da una base minima di più di 250 seggi, dovrebbe essere "dominata" dalla coalizione A, che seppure non esprimesse il Presidente del Consiglio, sicuramente potrebbe "indicarlo".

Del resto l'instabilità può essere ritardata o attenuata da sistemi elettorali e meccanismi istituzionali, ma non può essere rimossa quando corrisponde a una vera instabilità nell'espressione della volontà popolare, come dimostra la difficoltà di questi giorni della Germania, che pure ha un sistema elettorale molto efficiente e che ha funzionato per decenni.

Ciò premesso, di cosa dobbiamo preoccuparci? O meglio di cosa mi preoccupo io?
Io mi preoccupo dell'astensionismo. Alle precedenti politiche ha votato il 75% degli italiani. Scendere sotto il 70%, come potrebbe succedere, sarebbe un dato molto negativo.
Un'eventuale forza politica del cambiamento dovrebbe occuparsi in primo luogo di questo.
Non è un compito impossibile. 

Io mi preoccupo che in Parlamento possa essere assente una forza politica del cambiamento; tuttavia questa sciagurata legge elettorale rende relativamente semplice che una simile rappresentanza ci sia (basta una lista che prenda il 3%).
Ho usato l'espressione "forza politica del cambiamento" perché pur riconoscendomi nella storia e nei valori della sinistra, non mi pare rilevante usare, qui e dora, questa etichetta.
Mentre sì: diritti del lavoro, diritti civili, politiche pubbliche contro la povertà, investimenti in scuola, università e ricerca, mi paiono tutti punti di una politica del cambiamento che è spesso agli antipodi delle politiche delle due coalizioni e che non è coerentemente espressa dall'altra lista.
Mi piacerebbe che ci fosse una forza politica innovativa, radicale, democratica e senza il fardello di un recente passato spesso inaccettabile (per capirci con dirigenti responsabili di aver portato l'Italia in guerra e sostenuto il voto - unanime - sulla Riforma della Costituzione sul pareggio di bilancio)? Sì. Mi piacerebbe.
Ma mi accontento di quel che c'è.
Se una lista del cambiamento (anche un cambiamento parziale) avesse il tra il 5 e il 10% dei voti non sarebbe tutto, ma sarebbe un po'.

Come sono messe le forze politiche del cambiamento (diciamo le "sinistre" lato sensu) in Europa e nel mondo?
Diciamo così così.
Ma in generale ci sono in molte parti semi di un cambiamento possibile.
I vecchi sistemi bipolari si disgregano e questo è un bene.
Forze di cambiamento, seppur eterogenee, crescono o mantengono le  posizioni. Tutto sommato la destra estrema può essere contenuta (un caso a parte sono i paesi dell'Est Europa) se e quando si fa barriera (anche culturale) contro di essa.

Una cinquantina di parlamentari in Italia, specie se appaiono ragionevolmente radicali e se non sono puro ceto politico, possono essere utili. Anche per scompaginare i giochi.
Poi vedremo cosa fare davvero.
Per ora mi accontenterei.

Come vedete: l'elefante non c'è.






sabato 11 novembre 2017

Vintage --- Sacchi a pelo all'ombra delle colonne

Pubblicato nel 1987 sul giornale di Venezia Il Gazzettino.
L'Assessore (al turismo) citato era l'Avvocato Augusto Salvadori in una Giunta di centro sinistra il cui Sindaco era il socialista Nereo Laroni (Salvadori sarà poi Assessore alla Tutela del Decoro della città nella Giunta Cacciari 3 - 2005-2010). 
Il Ministro "più intelligente della Repubblica" (e forse era vero) è Gianni De Michelis, all'epoca Ministro del lavoro.
VAGUE è un gioco di simulazione; l'acronimo  sta per Venice: an Ancient Game of Urban Evolution; sviluppato poi in Nouvelle VAGUE e in newWave).
L'articolo fa riferimento a una polemica relativa ai giovani in sacco a pelo che dormivano all'aperto sulle gradinate (soprattutto alla Stazione Santa Lucia). 
Con lo slogan "uno, nessuno e centomila (abitanti) mi sono candidato (e sono stato eletto) alle elezioni comunali del 1990 nella lista del PCI-Il Ponte guidata da Massimo Cacciari.



Sacchi a pelo all’ombra delle colonne

Da alcuni anni stiamo lavorando, alla Facolta di Architettura, ad un gioco sul futuro di Venezia (si chiama VAGUE, acronimo allusivo, e "gira" su M24 Olivetti).

Tra gli eventi che avevamo inserito come possibili esiti dello "mosse" di gioco, uno si è rivelato profetico interprete di un grottesco avvenimento del luglio veneziano.

Si intitolava "sacchi a pelo all'ombra delle colonne" e prevedeva la realizzazione, a costi modestissimi per l'opulenta serenissima repubblica dei bottegai, di strutture ricettive per il turismo giovanile (tettoie, bagni, spazi nelle isole minori, battelli). Era un evento con basse probabilità iniziali di realizzazione che quasi sempre le varie fasi di gioco portavano a non avverarsi; con qualche stupore dei nostri giocatori-studenti che non capivano le ragioni per cui una tale modesta, conciliante e meritoria opera non fosse in alcun modo desiderabile in una ricca e suppostamente ospitale città abitata dai discendenti di viaggiatori infaticabili.

La realtà, come è noto, è più ricca di fantasia dell'immaginazione; non solo non si è realizzato quel piccolo insieme di misure ospitali (l'ospitalità presuppone anche un'attitudine generosa verso chi non spende, come i poveri fraticelli di Francesco che non portavano denari: nella lunga serie di aggettivi denigratori riportati dai giornali il più ricorrente dopo "sporchi" - do you remember?: "sporco negro", "sporco drogato", "sporco ebreo", "sporco italiano", "sporco muso giallo"- era invece "non spendenti") ma contro i sacchi a pelo è iniziata la mobilitazione.

Emulo di Giovanni d'Austria e armato dell'affilato rasoio dicotomico della scepsi catalaniana ("è molto meglio una città pulita, di gente perbene, turisti con monete forti piuttosto che una città con marocchini, scippatori e scrofolosi") è sceso in campo l'assessore al turismo, uno degli amministratori che noi cittadini veneziani che non godiamo di rendite parassitarie sui flussi turistici più amiamo per le doti di efficacia ed efficienza dimostrate nel cancellare, in una sola stagione, la chiassosa e invadente presenza di "stranieri" plebei dalle calli veneziane in occasione del Carnevale, che già nei secoli passati si era caratterizzata come festa di piccole élite raffinate e che solo in recenti anni "questa generazione mantenuta nel benessere" ha preteso di considerare come una festa praticata en plein air, una sorta di "mondo alla rovescia".

Ora cosa mai vorrà fare Mario Catalano, assessore al turismo, con questo provvedimento miscuglio incomparabile di banalità, perbenismo razzista e servilismo verso i bottegai-rentiers?

Ce lo chiediamo perche "per solito l'uomo quando ode parole crede che nascondano necessariamente pensieri", come osserva Mefistofele.

Suvvia! Si sa che non si debbono gettare cartacce per terra; o le sostanze inquinanti in laguna) e ben farebbero i vigili a multare coloro (turisti e no) che lo fanno, compresi gli autoctoni che fanno volare i sacchetti d'immondizia dalle finestre nei canali; si sa che pisciare sulle colonne non ista bene e ben farebbero i vigili pertanto a tutelare la igiene pubblica, in parte anche insidiata da escrementi di cane tuttavia, e certo non tutelata dalla rarità di cessi pubblici e dal malcostume di molti esercenti che chiudono le toilette dei loro locali.

Suvvia signor sindaco, lei che è allievo del ministro più intelligente della nostra Repubblica (quella italiana intendo), mi meraviglio. Con un po' di ferme e discrete pressioni poteva ridurre sommessamente i modesti disagi provocati agli onesti cittadini dal popolo dei saccoapelisti , senza clamori e proclami repressivi e senza appiattire la sua immagine sulle iniziative dissennate di qualche suo collega meno fortunato. E sì che mi aspettavo qualcosa, dopo la accuse, ingenerose seppur non del tutto immotivate di immobilismo rivolte ai comunisti: non so? Ci vuole l'Expo, la metropolitana, una rete fognaria (non sarebbe una sfida tecnologica degna del 2000 quella di una Cloaca Maxima, già vanto e onore dei re di Roma? Per potersi bagnare tranquillamente nei canali?), un Beaubourg all'Arsenale. Ma qualcosa di grande sì per questa Venezia ci vuole e lei pareva saperlo.

Dunque cosa c'è sotto? I residenti a Venezia "centro - storico" (le virgolette ci sono pour cause) possono essere suddivisi in tre grosse categorie facendo riferimento all'attività economica ormai quasi esclusiva della parte insulare: non percettori di redditi legati ai flussi turistici (tra essi ricchi e poveri, acculturati e no), percettori di redditi prevalentemente legati ai flussi di turismo residenziale, più d'élite ancorché ormai non necessariamente "colto", percettori di redditi legati ai flussi di turismo pendolare, alla "mordi e fuggi" (le temutissime "orde" precedute da ombrellini multicolori che intasano calli e vaporetti).

Noi poveri residenti non turistici (residenti - residenti RR) paghiamo del turismo solo i costi (prezzi alti, disagi nei trasporti, offerta orientata ai turisti e così via), mantenendo, nonostante occasionali irritazioni, in generale un comportamento civile e tollerante (turisti lo si diventa a turno tutti), ma siamo residuali, 20.000 "estranei", provvisori e negletti; sarebbe come se a DisneyWorld vivessero stabilmente (anche di notte) delle persone: spente le luci delle giostre diventerebbero padroni di un mondo fantastico e muto, fascinoso sì, ma non troverebbero dove bere una birra. Di giorno cercheremmo di scappare o di nasconderci, stranieri nella città non più nostra. Tra qualche anno saremo ancor meno e solo "intellettuali" maniaci e malati di nostalgia: già da ora non contiamo niente o quasi (questo, ahimè, ci diceva anche VAGUE).

Gli altri due gruppi (residenti che sfruttano il turismo stanziale RS e Residenti che sfruttano il turismo-pendolare RP) sembrerebbero avere interessi non coincidenti, sicché ci si potrebbe aspettare una qualche conflittualità, una concorrenza, una dialettica tra essi. Tuttavia dentro questi gruppi (tutti i componenti dei quali sono ad alto reddito) prevalgono quelli che potremo chiamare bottegai-rentiers. I mercanti sono stati tra i protagonisti della nascita dell'era moderna, il commercio, la concorrenza e il rischio che spesso lo caratterizzano, ha una sua oscura grandezza, ma a Venezia non di commercio si deve perlopiù parlare, bensì di "rendita di posizione": i flussi ci sono comunque, la gente compre comunque, mangia comunque: non è un caso che il rapporto qualità/prezzi sia a Venezia il peggiore d'Europa nel settore della ristorazione e alberghiero: si può mangiare male anche spendendo 100.000 lire.
I redditieri del turismo polemizzano tra di loro solo per gusto e per autogiustificazione (i pochi che hanno il senso del pudore vorrebbero riqualificare l'offerta e pensano anche seriamente a questo, senza però rendersi conto che questo ha un prezzo).

La campagna di Catalano fa parte di una vera recita, cui si aggiungono dosi massicce di incultura, pressapochismo, spirito ipocrita a benpensante: si vuole lasciare che i padroni della città possano fare il loro comodo senza scrupoli e senza sensi di colpa.

Ben altro ci vorrebbe. In primo luogo fare di Venezia insulare un vero centro storico. Una cosa è che 100.000 turisti arrivino in un giorno in una città di 500.000 o di 50.000 anime: in realtà la terraferma e la parte insulare sono oggi separate e indifferenti. A tutt’oggi Venezia non è percepita e non è il centro di gravità della vasta conurbazione di terraferma, per molte ragioni tempi e difficoltà d'accesso, prezzi, servizi ed attività culturali tutti concepiti per il "mondo", mai per l'hinterland, scarsa vitalità.
Senza pensare (ed anche senza rifiutarsi di pensare) ad una metropolitana, servizi di treni ed autobus tipo shuttle 24 ore su 24, interscambio di attività e servizi, sistemi informativi telematici, decentramento della sedi culturali e universitarie, ricostituzione di attività produttive avanzate nella parte insulare, questa è una gamba di un progetto sensato per salvare Venezia; l'altra, di cui non parlerò, è una politica della casa e delle destinazioni d'uso, che si ponga un obiettivo serio e mobilitante di almeno 100.000 residenti al 2.000.

I poveri saccoapelisti sono innocenti a rischiano di pagare come capri espiatori colpe che non hanno. Catalano vorrebbe scaricare su di loro stanchezze e risentimenti dei veneziani. Ma loro non ci danno proprio fastidio. I fastidi sono dati dalla monocultura del turismo, spesso avido e indecente. Ridateci una città, non un baraccone da luna park con imbonitori sbracati, e i turisti non gireranno più in mutande e berremo una birra a mezzanotte e potremo cadere nei canali nelle lunghe notti della allegra e internazionale nuova movida veneziana.



giovedì 1 dicembre 2016

Il sole sorgerà ancora

Non so come andrà.
Voterò No e mi auguro che il No vinca.
Meglio se vince nettamente.
Non mi azzardo a dire cosa succederà dopo, anche se - a naso - direi che la soluzione migliore sarebbe un governo di scopo per fare una legge elettorale equilibrata e poi - in primavera - al voto.
Non mi azzardo a dire chi vincerà in quel caso.
Ciò premesso dedico questa ultima nota referendaria a un gruppo che persone che stimo, che sono mie "amiche" su facebook, alcune anche nella vita.
Persone che - dichiaratamente a malincuore - votano sì.
Mi pare evidente che tra i votanti del sì ci sono persone che non solo stimo, ma che sono certo di ritrovare dalla stessa parte nella lotta per la libertà e la giustizia.
Ci sono poi tra i votanti del sì e del NO anche persone che non stimo e che so che mi ritroverò contro nella battaglia per la libertà e la giustizia.
Tra i votanti del NO poi ho scoperto che ci sono, oltre a una quota inaccettabile di cialtroni (di destra, di sinistra, di "oltre"), persone per bene che non hanno le mie stesse idee, ma sono riflessivi e intellettualmente onesti: fa piacere.

A miei "amici" che si sono rassegnati al sì, vorrei proporre un'ultima interlocuzione.
Pensate davvero che sia opportuno dare fiducia a chi ci ha trascinato a questo scontro dissennato?
Non chiedetemi per favore che alternative abbiamo: chiedetevi se lascereste ancora i fiammiferi in mano a chi ha appiccato un incendio "in presuntuosa solitudine".
Vedete, cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza è quello che avevamo sempre detto che non era opportuno fare.
Farlo è molto grave.

Questa scelta, insieme con diverse ragioni di merito, la più significativa delle quali è che la nuova Costituzione appare, quantomeno, più fragile, più sensibile alle diverse possibili leggi elettorali, credo che non ci dia altra possibilità che un voto per il NO.
Ho argomentato qui, qui e qui.

Dal 5 Dicembre però il sole sorgerà ancora; pazientemente dovremo metterci in moto per costruire la sinistra nuova, quella del XXI Secolo.
Perché, vedete, "amici" e compagni siamo ancora una volta di fronte al dilemma "o il socialismo o la barbarie".
Sempre di più e con sempre maggiore urgenza.

Le nostre tradizioni, riformiste, rivoluzionarie e ribelli, possono darci una speranza: magari fare un po' di pulizia di illusioni e trasformismi ci può aiutare.







domenica 30 ottobre 2016

Oligarchia, meglio di no. Per un ragionevole, ragionato, convinto, pacato NO // Parte tre di tre

Non so bene come classificarmi.
Non guardo la televisione e non ce l'ho, da oltre vent'anni non seguo più calcio e ciclismo di cui ero appassionato, non amo guidare e per lunghi anni non ho posseduto una macchina, ho un profondo disinteresse per le mode: questo fa di me una persona elitaria?
Sono plebeo e inelegante, riesco a distinguere a malapena il vino in bianco, rosso e rosé, sono quello che si chiamava "una buona forchetta", ma ho un certo fastidio per il food porn, non odio il turismo di massa (come potete leggere in questo mio libretto): questo fa di me una persona non-elitaria?
Siccome poi ho più di 65 anni, sono laureato e voto NO ciò farebbe di me un vero caso statistico.

Sarò elitario, sarò plebeo. Amen.
Ma sono contro l'oligarchia.

Strani dibattiti appassionano i media (social e no) in tempi di referendum costituzionale.

Ma intanto partiamo da qualche fatto: la sinistra ha sempre voluto estendere il suffragio.
Voleva che esso fosse un diritto soggettivo di tutti e non l'esercizio di una capacità.
Eccola qua la differenza! 
Il voto in democrazia, ma anche l'elettorato passivo, è un diritto di tutti: giovani e vecchi, donne e uomini, ricchi e poveri, istruiti e ignoranti.
Tanto è vero che per consentire a tutti di essere eletti, saggiamente si voleva (e venne istituita) l'indennità parlamentare (che la Costituzione sancisce nell'Art. 69: I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge; poche parole e chiare, neh?).

Ma basta il voto, basta il suffragio universale? No, non basta, ovviamente, anche se non si può farne a meno.
Non basta almeno per chi crede nella democrazia come reale espressione della sovranità del popolo.
Non solo non basta perché deve essere accompagnato da condizioni di possibilità reali di esercizio del voto (quelle che, oltre al suffragio universale,  Dahl riassume in: elezioni ufficiali, libere e frequenti, diritto a cercare un lavoro, libertà d'espressione, di stampa e di associazione), ma perché la democrazia rappresentativa funziona in senso inclusivo solo se la cessione temporanea di sovranità ai rappresentanti è accompagnata da una partecipazione costante dei cittadini alla formazione dell'agenda e alle scelte (e questo si fa in molti modi, anche con il conflitto e con le lotte, che sono forme importati di partecipazione, più dei referendum).

Ma se poi i cittadini votano per il Brexit o per la Le Pen o per Berlusconi, Salvini, Grillo o Renzi, ecco che si levano alti i lai sul fatto che vecchi, casalinghe, giovani ignoranti non hanno le capacità di votare bene. 
Del resto Hitler non è andato al potere con il voto popolare? 
[Il fatto che la risposta a questa domanda sia no, non viene presa in considerazione; Hitler venne nominato Cancelliere dopo le elezioni del Novembre 1932 in cui perse due milioni di voti: il suo partito ottenne il 33,1%; chiedere ai partiti che lo hanno appoggiato; come in Italia a quelli che hanno votato Mussolini capo del governo dall'alto del suo 20% dei voti]. 
Agnosco veteris vestigia flammae (eccomi di nuovo elitista; traduco: "riconosco i segni dell'antica fiamma"): eccoli qua i sostenitori del voto come esercizio di una capacità e non come diritto: eccoli gli oligarchi in potenza.

La democrazia ha bisogno di buoni cittadini, certo. 
Che vadano a votare.
Quando in Italia votavano oltre il  90% dei cittadini (come alle politiche del 1948: 92,23%) era meglio di oggi che si vota al 75% (come alle politiche del 2013: 75,19%); o meglio del 34,21 delle ultime elezioni regionali dell'Emilia Romagna.
Che possano esprimere le loro opinioni in arene pubbliche; che abbiano accesso a un'informazione seria; che possano influenzare le scelte (non serve il vincolo di mandato dei rappresentanti per questo); che possano organizzarsi e lottare per i loro diritti.
Una volta c'erano partiti, sindacati, associazioni, parrocchie a consentire che questo avvenisse.
Una volta si considerava importante che in molti si votasse.
[Pensate al paradosso di due aziende in competizione cui non interessasse affatto quante lattine di bibita vendono, ma solo di avere la percentuale più alta del mercato: ecco quello che gli attuali partiti fanno].
Una volta questo avveniva e non era tutto oro, ovviamente. 
Ma quella era - per molti versi - una democrazia sostanziale.
Il fatto che oggi non avvenga, non significa che non sia più possibile.

Solo semplificando si può pensare che quelle agenzie, quel tessuto di pratiche di dibattito pubblico, possa essere sostituito dalla "rete"; ma molte pratiche dal basso esistono nelle nostre città e nelle nostre campagne, molte opportunità sono offerte  dalle nuove tecnologie.
Gli è che non interessa coglierle, dare loro continuità, spessore, rigore, qualità; gli è che non si vuole dare sbocchi politici, anche provvisori, ai movimenti e alle pratiche sociali, offrire loro la possiblità di influenzare l'agenda politica e le scelte.
Ma non è impossibile.

La democrazia è un processo senza fine, un orizzonte. 
Ma è infinitamente meglio di ogni altro sistema per gli oppressi, che ne hanno bisogno.

Voi direte: che c'entra con il referendum costituzionale?
Apparentemente poco. Sostanzialmente molto.
Ho già detto che una cattiva legge elettorale può rendere l'assetto istituzionale disegnato da queste modifiche sostanzialmente assai meno democratico.
Oltre le tecnicalità questo mi preoccupa molto.

Dimenticavo: è importante che un Parlamento possa legiferare bene (bene vuol dire non necessariamente in fretta) e possa esprimere un governo che funziona. 
Più importante è che esso sia rappresentativo del popolo, belli e brutti, buoni e cattivi, giovani e vecchi, istruiti e no.  

Dimenticavo: ai sostenitori delle èlite mi piacerebbe ricordare che all'immane massacro della Prima Guerra Mondiale non siamo stati condotti dalle masse ignoranti, ma da una ristretta e colta élite, con un'azione extraparlamentare e una sorta di colpo di stato (che dentro questa minoranza ci fossero persone perbene, che poi in molta parte si sono ravvedute, non è, nel nostro caso, rilevante); le masse quelle che seguivano il Partito Socialista e il Partito Popolare erano e rimasero contro la guerra, ma davvero contro (tra l'altro alle prime elezioni a suffragio universale maschile del 1919 questi due partiti ottennero 256 seggi su 508).








giovedì 13 ottobre 2016

Perché NO. Il paradosso di Cacciari // Parte due di tre

Io ho la presunzione di avere un buon rapporto personale con Massimo Cacciari, quasi un’amicizia.
Lo stimo molto e poiché è davvero un genio, penso che gli si debbano perdonare cose che ai comuni mortali non possono essere perdonate (sarebbe una bella riflessione quella del perché, in una certa misura, persone geniali nei diversi campi, come ad esempio Maradona, possono essere considerati legibus soluti, ma avremo modo).

L’argomento Cacciari è il più formidabile grimaldello per spingere a votare sì una quota di persone intelligenti e amanti del paradosso.
In cosa consiste questo argomento?
La proposta di modifica costituzionale è pessima, o comunque cattiva, (e qui potete anche fare qualche smorfia di disprezzo), ma, visto che in tanti anni si è tanto parlato e nulla fatto, cambiare è comunque meglio che non cambiare.
Alcuni sostenitori del Sì hanno un po’ modificato l’argomento, per dargli una parvenza di coerenza, dicendo che in fondo la modifica pessima non è (un piccolo ammiccare può far intendere al buon intenditore che tanto buona non è), ma in questo modo si perde l’effetto paradossale che rende attraente l’argomento.

A costo di beccarmi una delle sfuriate per cui Cacciari è famoso (non sarebbe la prima), cerco di argomentare perché questo paradosso è un grave errore (non solo politico).

Non voglio ricordare che modifiche alla Costituzione sono state fatte, di cui una molto più profonda anche se meno estesa di quella su cui si vota al referendum.
Ma sì voglio ricordarlo: l’intero Parlamento (secondo voto della Camera, 6 marzo 2012, 489 sì, 3 no e 19 astenuti) ha approvato una modifica costituzionale dettata dai poteri forti mondiali che modificava gli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione, che di fatto limita la sovranità nazionale. Avete letto bene; 3 no.
Ricordate appassionati dibattiti?
E non è stato il solo cambiamento, come sapete.

Voglio solo dire che c’è nel paradosso di Cacciari, passata la momentanea esaltazione per il colpo di genio, qualche cosa che non soddisfa neppure i pensatori raffinati; il fatto è che non risponde a una domanda: quanto cattivo deve essere un cambiamento perché la regola “cambiare è meglio che non cambiare” smetta di valere? Che so, la reintroduzione della pena di morte basterebbe per rendere invalido questo argomento?
È un fastidioso tarlo: non credo che l’affermazione “cambiare è meglio che non cambiare” reggerebbe in tutte le condizioni.
Ma se è così, torna prepotentemente in campo l’opzione: “cambiare è meglio se si cambia in meglio”.

Ho già detto che condivido l’opinione che i singoli cambiamenti in sé non siano gravemente negativi, ma che negativo sia l’insieme prodotto dai singoli cambiamenti, soprattutto perché introducono una maggiore fragilità del sistema.
La quasi totalità dei sostenitori del sì non ritiene negativa nel suo complesso la modifica anche se quasi nessuno la considera come una riforma davvero buona.

E qui sorge la domanda di contesto politico: anche ammesso che la modifica sia un po’ positiva, valeva la pena andare per questo a uno scontro così lacerante?
O non si potevano ottenere gran parte dei risultati (e forse più) con un consenso più ampio?
Ripeto la domanda: era davvero necessario esasperare uno scontro politico, dividere a metà l’elettorato? Quando tutti sappiamo che la carta fondamentale dovrebbe basarsi su una condivisione ampia?
Anche ammesso che non sia stato il Presidente Renzi a caricare di significati politici legati al governo in carica il referendum (e questo onestamente non si può dire: le prime dichiarazioni del Presidente Renzi caricavano di significati politici legati al governo in carica il referendum) non ci voleva un particolare acume politico per capire che sarebbe successo; e tutto si può dire di Renzi, ma non che non abbia acume politico.

Credo di aver spiegato perché, a mio avviso, la scelta di modificare la Costituzione con una maggioranza esigua e scontando uno scontro politico aspro e lacerante, sia di per sé una buona ragione per votare NO.
Pacatamente e riconoscendo alcune delle ragionevoli ragioni di chi vota sì, credo che si possa dire che no, non è così che si riforma la Costituzione.
La prossima puntata su oligarchia e democrazia.








lunedì 10 ottobre 2016

Non mi iscrivo alla guerra di religione; ma spiego perché voto NO // Parte uno di tre

Chi mi conosce sa che ci sono molte ragioni per cui non apprezzo il Presidente del Consiglio Matteo Renzi né approvo la sua politica; tuttavia non si può negargli di essere abile e di sapere frequentemente raggiungere risultati; a volte questi risultati sono buoni risultati, come ad esempio è stato nel caso della legge sulle unioni civili che, pur con qualche compromesso anche sgradevole, ha dopo decenni raggiunto infine una soluzione accettabile che ha fatto fare un grande passo in avanti al nostro Paese dal punto di vista dei diritti civili.
Gran parte dei “risultati” del governo Renzi mi vedono contrario, ma non per questo mi sento di non considerare positivamente la sua battaglia contro l’austerità in Europa.
Insomma è un governo che porta avanti una politica che combatto, ma non si può negare che a volte lo faccia con abilità.
Non è quindi per pregiudiziale ostilità verso il Presidente Renzi e la sua ministra Boschi che voterò un NO convinto al referendum del 4 Dicembre e che cercherò di convincere quante più persone posso a votare NO.

Comincio da un argomento che non c’entra, ma che è bene affrontare: se mi chiedete se mi fa piacere condividere la mia posizione con Gasparri o Salvini, vi posso rispondere tranquillamente che no, non mi fa piacere, anzi un poco mi imbarazza; e non mi è di conforto pensare che Alfano o Verdini non sono molto meglio (Giovanardi non so cosa voti).
Tuttavia anche Berlinguer votava no alla fiducia ai governi di centro e di centrosinistra così come votava no Almirante: è naturale che le “estreme”, come una volta si diceva, si oppongano, quasi sempre per ragioni diverse, al governo in carica, quasi sempre comunque con l’obiettivo di farlo cadere.
Penso che Berlinguer si sentisse più vicino a Tina Anselmi che a Romualdi, ma mentre l’Anselmi votava sì alla fiducia, Berlinguer e Romualdi votavano no.
Anche per me è così, mi sento più vicino ad alcuni sostenitori del sì che a molti sostenitori del no, ma voto NO.

Non sono un esperto di ordinamento costituzionale anche se ho una mia passioncella per la scienza politica (per esempio a me democrazia e oligarchia mi paiono antitetiche, ma ci tornerò): vedo molti costituzionalisti schierati per il sì e molti (più molti?) per il no e seguo con attenzione i loro argomenti.
Mi sono fatto l’opinione che, somma e sottrai, i cambiamenti votati non migliorino la situazione esistente (in qualcosa sì, come l’abolizione del CNEL, ma in poco altro) e che sostanzialmente in diversi punti la peggiorino; non so se questo mi attirerà gli anatemi di alcuni sostenitori  del no, ma mi pare che questo bilancio negativo non sia tecnicamente poi così pesante, il che paradossalmente è un’ottima ragione per votare no, come dirò.

Ma l’argomentazione principale che mi sento di muovere a sostegno del no, si rifà alla mia recente “fissa” sull’antifragilità.
Sistemi  antifragili (anche la Costituzione è per molti aspetti un sistema) sono destinati a durare, non vengono troppo indeboliti dalle contingenze, a volte sono capaci di guadagnare dal cambiamento.
Per questo le Costituzioni ben fatte sopravvivono per secoli, contengono abbastanza rigore per disegnare il quadro dei rapporti sociali ed istituzionali e abbastanza flessibilità per accogliere il cambiamento e dargli sostanza e legittimità; esiste insomma una Costituzione materiale che evolve e che una buona Costituzione formale è in grado di assecondare e fortificare.
Un buon indicatore di una buona Costituzione è che sia ben scritta e di facile comprensione.
Un elemento di fragilità è quanto una Costituzione sia sensibile al variare delle leggi elettorali: se una cattiva legge elettorale stravolge il sistema dei poteri previsto dalla Costituzione, questo è un segno del fatto che quella Costituzione è fragile e sbagliata.
Dire la nuova Costituzione potrebbe andare bene se non fosse accompagnata da una legge elettorale sciagurata come l’Italicum, significa dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in quella nuova Costituzione: è troppo sensibile a cambiamenti di regole istituzionali e questo è pericoloso (le leggi elettorali si votano a maggioranza, come è noto).
Bene o male l’attuale Costituzione ha assorbito diverse leggi elettorali (tutte pessime a mio avviso) senza determinare eccessivi effetti negativi.

Questa è la principale ragione del mio NO.

In un prossimo post vorrei parlare di questioni di opportunità politica (ad esempio argomentando sul perché il fatto che le singole modifiche siano negative, ma non troppo, è un argomento forte a favore del no) e in un altro di democrazia e oligarchia. Alla fine proporrò anche alcuni riferimenti. Per ora basta così. 




mercoledì 24 febbraio 2016

Ad Alghero! Ad Alghero!

Verso la fine del precedente post, scrivevo:

Il quarto soggetto è la comunità del DADU. Questa è una nota dolente, la più dolente. Ne parlerò in un prossimo post, l’ultimo che destinerò a queste tematiche (e spiegherò perché mi costringerò, dopo quell'intervento a tacere). Per ora devo dire che anche noi abbiamo fatto e stiamo facendo meno del necessario.
Prima di spiegare perché non continuerò, dopo questo intervento, a intervenire pubblicamente sulle questioni pubbliche riguardanti AAA, lasciatemi, brevemente, dire quali sono le ragioni che mi hanno portato a scrivere:  anche noi abbiamo fatto e stiamo facendo meno del necessario.

Ma prima un passo indietro: sono ad AAA sin dalla sua fondazione e ho persino dato un piccolo contributo alla sua "ideazione".
Chi c'è stato a pensarla e a realizzarla?
Due intellettuali del calibro e dell'ampiezza culturale come sono Giovanni Maciocco e Silvano Tagliagambe.
Come tutti sanno sono amico personale di entrambi e sono loro grato per avermi voluto coinvolgere, con ruoli di responsabilità, nell'impresa che hanno costruito.
Vanni poi ha anche preso in mano dal punto di vista organizzativo l'allora Facoltà con la sua immensa capacità di lavoro e la sua apertura mentale.
Non è difficile accorgersi delle differenze che esistono tra il mio modo di agire e quello di Vanni, ma posso testimoniare per essere stato vice-Preside per molti anni, che la visione, la proiezione strategica e la capacità di inclusione espresse da Maciocco sono state straordinarie.
Dunque un tempo c'erano Maciocco e Tagliagambe, e scusate se è poco.

Non peccherò di immodestia se dico che in questo quadro ho dato un contributo assai rilevante al successo della nostra impresa: non solo affiancando il Preside per lunghi anni, ma anche dirigendo il corso di laurea di Urbanistica, che ha ottenuto risultati e prestigio indiscussi, e soprattutto occupandomi dei rapporti internazionali, uno dei punti di forza assoluti di AAA.
Moltissimi sono i colleghi che hanno speso molto di sé in questa intrapresa, pochissimi (ma statisticamente non potevano mancare) quelli che hanno remato contro o hanno perseguito i loro privati interessi (a volte senza riuscirci del tutto).

Per un insieme di circostanze, di cui ho ricordato molte volte l'importanza, tra cui il finanziamento regionale che è stato consistente per molti anni e la disponibilità delle amministrazioni algheresi, si è creato un piccolo miracolo: una Scuola di Architettura nuova, in una piccola città meridionale è diventato uno dei nodi culturali, didattici e scientifici di una rete internazionale assai estesa, conquistando risultati assai notevoli e costruendo un enorme capitale relazionale.
Queste circostanze, oltre alle grande intuizione dei due fondatori, Maciocco e Tagliagambe, alla capacità organizzativa di Maciocco, al lavoro di molti colleghi (sia docenti sia del personale tecnico-amministrativo, molti dei quali precari), e infine al mio contributo costante, fattivo ed efficace hanno portato a  questi risultati.

Quando poco più di quattro anni fa il collega Maciocco ha deciso di anticipare il suo pensionamento (Tagliagambe l'aveva fatto anni prima) mi è stato chiesto con insistenza, con molta insistenza, di accettare di fare il Direttore: tutti sanno che non volevo farlo; ho accettato, per un mandato solo di tre anni, la carica; per la quale ho avuto l'unanimità dei voti.
L'ho fatto sulla base di linee programmatiche molto precise, basate su una visione molto precisa.
Sono stati tre anni duri, in prima linea, in cui abbiamo dovuto raschiare il fondo del barile per l'assottigliarsi dei finanziamenti regionali e per la crisi di risorse dell'Ateneo, per ottenere degli spazi adeguati, ma abbiamo - faticosamente - resistito, confermando e migliorando i nostri risultati: non è solo merito mio, ma qualcosa credo di aver prodotto per ottenerli.
Ma c'erano scricchiolii sinistri: con l'idea che nascondere i problemi non aiuta a risolverli, li ho resi palesi, come è ovvio (e come solo degli imbecilli o degli opportunisti potrebbero pensare che non sia) nel solo intento di "mobilitare" noi stessi e i nostri interlocutori per affrontarli.

Scaduto il mio primo mandato ho comunicato con grande chiarezza la mia indisponibilità al rinnovo: ho tenuto duro sino alla mattina delle elezioni, ma avendo ricevuto nella notte una lettera che mi chiedeva in modo pressante di accettare, ho comunicato che non avrei rifiutato di accettare un'eventuale elezione, elezione che è avvenuta con un consenso amplissimo (solo due astensioni).
Votavano per me, dopo quello che avevo fatto, per quello che avevo fatto.
Votavano per linee programmatiche ancora più precise, basate su una visione ancora più precisa.
Avevo allora già un blog nel quale si era svolta la mia campagna per l'elezione del Rettore, la discussione sulla sede, la richiesta ripetuta di finanziamenti.

Ho sbagliato ad accettare, ero stanco e la situazione era diventata troppo difficile per le mie forze.
Ho tentato di riconquistare il finanziamento regionale e il riconoscimento di Alghero come sede decentrata in tutti i modi: un ruolo essenziale  l'hanno avuto una gran parte degli studenti, ma alla fine abbiamo ottenuto questi risultati.
Ma vedevo i problemi e percepivo che la comunità cui appartengo non riteneva di essermi vicina come io credo che sarebbe stato necessario e - soprattutto - che la discussione che avevo più volte sollecitato non interessava pressoché nessuno.
Dopo aver ottenuto il risultato sul punto nodale dei finanziamenti e della sede decentrata, poiché ritenevo di non poter affrontare e risolvere i problemi che man mano crescevano e che ho più volte rappresentato, mi sono dimesso (non ho fatto finta di dimettermi, mi sono dimesso davvero: ho procrastinato di un paio di mesi per continuare a contribuire alla mobilitazione e perché, con un gesto di attenzione di cui mi sono sentito onorato, il Magnifico Rettore ha respinto tre volte le mie dimissioni).
Questo non vuol dire che i nostri problemi siano scomparsi.

Come ho scritto più volte mi auguro che le cose cambino e ho dato atto con soddisfazione che sulla "questione sede decentrata" c'è una decisione della Regione che ripristina una situazione compromessa da molti anni. E io penso di avere avuto e di avere molti meriti in questi risultati.
Penso anche di aver continuato - con diverso stile - la politica di coraggiose aperture promossa dal mio predecessore; cito solo due avventure "folli" che ho facilitato: il lavoro eccellente  fatto per l'Expò dalla magnifica equipe del collega Ceccarelli (con cui mi è capitato di avere dei dissapori, ma che ha il grandissimo pregio di lavorare con passione, dedizione e testardaggine per AAA) e la ormai stra-citata avventura di Open for Art, conclusa pochi giorni fa.
Io mi sono limitato a facilitare. Non è molto, ma è molto di più di quel che succede normalmente in ambito accademico.
C'è un altro segnale positivo, il Magnifico Rettore incontrerà il Consiglio di Dipartimento, il prossimo 9 Marzo. Massimo Carpinelli sa che a volte non ho condiviso alcune sue scelte, altre volte ho ritenuto di essere in disaccordo con quello che pensavo (per quanto mi si riferiva) che avesse scelto, ma una persona della sua intelligenza credo che avrà modo di rendersi conto dei molti problemi e delle residue potenzialità di AAA; e di convincersi della straordinaria importanza di avere la presenza di una Scuola di Architettura ad Alghero.

Vi spiego infine perché mi fermerò qui; come ho chiuso con i miei interventi sulle questioni strettamente legate alla "politica algherese", chiuderò con quelli legati alla "vita accademica".
Le ragioni sono più o meno le stesse: io non ho mai insultato nessuno, ho sempre argomentato nel merito, basandomi su informazioni verificabili; quando ho polemizzato l'ho fatto in forma argomentativa, a volte forse contundente, in generale pacata.
Raramente chi era in dissenso con me ha opposto ragionamento a ragionamento, argomentazione ad argomentazione.
Ma in molte sedi (non di dibattito pubblico) si è ribadito, senza ragioni e in modo trasversale, che era meglio, più utile che io tacessi (di volta in volta per la sinistra, per l'amministrazione, per il Dipartimento, per l'Ateneo, ...).
Bene sapete come succede, dopo un po' uno "si rompe i coglioni" (absit iniuria verbis).

Quindi anche per AAA, come per le vicende algheresi, faccio un passo indietro.
Forse non parteciperò all'incontro con il Rettore per questa ragione, ma ci penserò.
Farò un grande, pieno passo indietro. Mi restano poco meno di cinque anni prima della pensione: mi dedicherò con passione alla didattica e alla ricerca; penso di poter dire "ho già dato".
Spero che i miei timori siano smentiti e che le speranze si realizzino.
A "futura memoria" sto preparando un documento su quelle che penso possano essere le prospettive dell'alta formazione nella nostra "rete metropolitana" (Alghero inclusa)  chi volesse riceverlo mi scriva.
Per il resto, ringrazio chi mi è stato vicino. A giorni li inviterò ad un aperitivo.